28 marzo. Marsciano ricorda l’eccidio dei fratelli Ceci

28 marzo. Marsciano ricorda l’eccidio dei fratelli Ceci

Il 28 marzo di 76 anni fa morivano Armando, Giuseppe e Ulisse Ceci: un’esecuzione che segnò per sempre la vita democratica del nostro paese. Per commemorare quell’eccidio del 1944, nel quale tre innocenti pagarono con la vita le ultime follie del morente regime fascista, abbiamo deciso di raccontare nuovamente tutta la storia, grazie al riassunto dell’amico Luca Cardinalini tratto dal libro di Angelo Bitti e Laura Lupi

Per chi non ha tempo o modo di leggerlo, ecco un riassunto, in pillole, del libro “Analisi di un eccidio: la fucilazione del fratelli Ceci”, di Angelo Bitti e Laura Lupi (edizioni “Quaderni marscianesi”, 2004). Il consiglio è di leggerlo tutto, il libro, con il suo corredo di nomi, documenti e testimonianze.

A Roma, alle Fosse Ardeatine, in quel 24 marzo 1944 vengono trucidate 335 persone, come rappresaglia per l’attentato di via Rasella, che il giorno prima costò la vita a 33 soldati tedeschi, appartenenti ad un plotone di soldati sudtirolesi.

“Rappresaglia spietata ma giusta in base al diritto internazionale” commentò Mussolini, dieci italiani fucilati ogni tedesco ucciso, quindi dovevano essere 330, ma il questore Caruso nella foga inserì cinque nominativi in più. Gli costeranno cari: per questo, per questi, verrà fucilato dopo la Liberazione, così come varranno l’ergastolo a Kappler (poi arrestato e in seguito fatto fuggire in modo rocambolesco dall’ospedale Celio).

Duecento chilometri più a nord, nelle campagne marscianesi, quel 24 marzo segna una svolta anche per la vita di altre cinque persone: due fratelli (Armando e Giuseppe Ceci, rispettivamente 21 e 18 anni) e tre cugini, Roberto e Ulisse Ceci, di 21 e 18 anni, più un quinto cugino che ha un cognome diverso, Nello Casaletti, 20 anni. Sono tutti contadini mezzadri, celibi, originari di San Vito in Monte, poi trasferitisi a Montelagello.

I cinque ragazzi vengono arrestati la notte tra il 24 e il 25 marzo del 1944. Li vanno a prendere militari della guardia nazionale repubblicana, con due macchine, sei o sette persone al massimo. E’ una spedizione mirata, studiata, che va a colpo sicuro grazie alle soffiate di alcune spie locali (ci sono i nomi dei sospetti e il prezzo del possibile tradimento: 500 lire).

Il primo ad essere fermato è Nello Casaletti, che abita sulla strada per Compignano. E’ a letto quando, verso le 22:30, il padre l’avverte che ci sono uomini che lo stanno cercando. Cerca di scappare dalla finestra, ma lo bloccano due con il mitra che gli urlano: “Alt, chi va là?”. Viene messo in una macchina, guardato a vista da due uomini: “Adesso andiamo dai fratelli Ceci, sappiamo anche che siete parenti”.

Emanuela Ceci, sorella di Roberto, è la prima ad accorgersi dell’arrivo dei fascisti, perché li sente gridare: “Padroni di casa, padroni di casa, venite fuori…”. Ma con l’invito a non aprire le finestre “sennò spariamo”. Emanuela fa in tempo ad avvisare gli altri famigliari, che dormono praticamente tutti nella stessa stanza. Subito i due fratelli Ceci (Armando e Giuseppe) e i cugini Roberto ed Ulisse, si precipitano giù per una scala interna che porta alla stalla. Sotto la mangiatoia delle mucche, hanno ricavato da tempo una specie di rifugio dove cercare riparo, all’emergenza.

Forse i fascisti li vedono sgattaiolare via da una porta rimasta semiaperta. Non trovandoli in casa vanno dritti alla stalla. L’impazienza delle bestie è il segnale che sono sulla strada giusta. Spostano la paglia con il forcone, trovano la botola e, sotto, i quattro ragazzi. E’ l’una di notte, circa. Probabilmente conoscevano l’esistenza del rifugio, qualcuno glielo aveva detto (c’è il nome dei sospetti delatori).

Il viaggio fino alla prefettura di Perugia, avviene di notte. Dal giorno seguente, in carcere, iniziano gli interrogatori, nemmeno troppo lunghi. Nello si ricorda degli schiaffi ricevuti, gli chiedono perché avesse “saltato la finestra per non farsi prendere”, lui risponde che l’aveva fatto “solo perché aveva avuto paura perché non avevamo armi in casa”. Ai quattro Ceci chiedono ripetutamente, urlando, “perché vi siete nascosti, perché?”

Già, perché? Nessuno sa spiegare con precisione perché la famiglia Ceci sia stata così presa di mira. La famiglia – ma è più giusto dire le famiglie – Ceci lavorava un podere grande di proprietà di Paolo Bertolini e più nuclei famigliari condividevano l’unica grande casa. Famiglia molto cattolica, molto conosciuta e benvoluta, buoni rapporti con i vicini e i compaesani, spesso la grande tavola comune diventava luogo di ritrovo dove arrivava gente per giocare a carte. Agricoltori e allevatori sempre ma, quando d’inverno era fermo il lavoro nei campi, si adattavano a svolgere altri mestieri: chi il maniscalco, chi il fabbro, chi l’impagliatore, chi il barbiere. Nessuna simpatia politica e, quindi, nemmeno propaganda. Al massimo, semmai, qualcuno ricorda che i bambini Ceci, ai tempi delle scuole elementari, indossavano cappelli da balilla, come tutti d’altronde.

Tecnicamente, tuttavia, i cinque arrestati sono dei renitenti alla leva, dei disertori. Nell’ottobre del 1943 (come tutti i nati negli anni 1923,1924 e 1925) avevano ricevuto la cartolina precetto di arruolamento al costituendo esercito della Repubblica sociale italiana. Ma non si erano presentati all’appello, preferendo darsi alla macchia, come molti in quei tempi.

In breve, va ricordato lo scenario noto. La guerra mondiale ormai aveva preso un indirizzo preciso, con il nazifascismo in rotta ovunque. L’Italia, dopo il 25 luglio (caduta del fascismo) e l’8 settembre (resa e armistizio) del 1943, è un paese ridotto in macerie, con gli Alleati (a questo punto, americani e inglesi) che stanno risalendo la penisola, e il centro nord ancora in mano ai nazisti disperati e alla neonata Repubblica sociale Italiana, ultima incarnazione del regime fascista. Tra i molti problemi della Rsi, ovviamente, quello di trovare gente disposta ad arruolarsi per combattere, a fianco dei nazisti, una guerra che non può che essere persa.

Il fenomeno della renitenza alla leva, è un fenomeno diffuso, anche dalle nostre parti. Su 576 disertori della provincia, 113 erano di Marsciano, un numero inferiore solo a quello di Cascia: ma lì i rastrellamenti dei nazifascisti – con la scia di saccheggi, violenze, omicidi – contro la brigata partigiana “Gramsci”, convinsero alla fine molti a presentarsi “volontari”, per mettere fine a rappresaglie sanguinose ai danni di parenti e conoscenti. Anche le fucilazioni, quindi, non erano “rappresaglia” di nulla, ma avevano l’unica funzione di “monito” per chi non si piegava agli ordini del regime.

In un telegramma indirizzato al ministero, il veterinario perugino Armando Rocchi, spietato capo della provincia e responsabile anche dell’eccidio dei fratelli Ceci, riferendosi alle domande di grazia da spedire al ministero delle Forze Armate, si diceva contrario in quanto, questa misura, avrebbe “vanificato l’efficacia intimidatoria dell’azione capitale”, facendo venir meno “l’esemplarità e l’ammonimento per gli altri renitenti per il rigore della legge”. E chiedeva di lasciare al comandante regionale – cioè a se stesso – la facoltà di stabilire se trasmettere le domande di grazia, oppure bocciarle sul posto. I numeri corroboravano la sua tesi: “A seguito delle prime fucilazioni – scrive Rocchi – si sono presentati volontariamente 512 renitenti”.

A Rocchi scrivono sia il segretario del fascio di Spina e sia il parroco di Sant’Elena-Cerqueto, lamentandosi “per la campagna antifascista, antipatriottica, subdola, diabolica, deleteria, di vecchia data, inaspritasi dal 26 luglio, dagli stessi elementi sovversivi locali, delle vicinanze, girovaganti indisturbati, e qui anche comportamenti di appartenenti all’esercito italiano hanno fuorviato, ingannato, tradito i nostri poveri giovani, avvelenato le famiglie”. Il clima è di caccia ai “traditori”, categoria dai confini molto larghi e ossessiva per il regime fascista.

Giustino Ceci, padre di Ulisse, raccontava del “suo” padrone, Bertolini, che “mi invitava di dire ai quattro giovani di presentarsi altrimenti la nostra famiglia avrebbe subito dispiaceri”. Chiamerà in causa anche un altro proprietario terriero, Enrico Bambini, vice podestà di Marsciano, di Mercatello, che durante una visita gli disse: “Dammi retta, digli di presentarsi, sennò, se vengono pescati saranno senz’altro fucilati”.

Nel verbale di denuncia della stessa Guardia nazionale repubblicana, che autorizzò l’arresto dei cinque giovani, sta scritto: “Saputo della presenza di un gruppo di renitenti nella zona di Montelagello che, malgrado le raccomandazioni fatte tramite il signore Bambini Enrico, persona molto influente della zona, non si erano presentati, disponeva per la notte del 24 marzo un servizio di polizia che portava al fermo. Tutti i suddetti hanno dichiarato di sapere della chiamata alle armi e di conoscere le sanzioni previste per gli inadempienti”.

Detto del clima, torniamo alla notte del 24 marzo, tappa in prefettura, poi al carcere di Perugia.

Casaletti: “Piangevamo, l’unica cosa che potevamo fare. In carcere si mangiava una volta al giorno, male, si dormiva a terra come maiali, nessuna visita nemmeno dei genitori, se parlavi ti sbattevano in cella di punizione, dove aprivano un rubinetto d’acqua e se non eri sveglio affogavi. Ci dicevano che se qualcuno avesse ammazzato un tedesco, noi saremmo stati i primi ad essere fucilati”.

Ai detenuti viene notificata la data del processo: 29 marzo 1944. Invece, la mattina del 28 marzo, dopo la sveglia, arriva l’ordine di salire su un camion. Destinazione Marsciano.

Testimonianza del dottor Alessandro Menconi: “Come tutte le mattine ero uscito presto, intorno alle 7:30. Vidi, in una piazzola, dei militi della Gnr e una mitragliatrice, stessa scena all’incrocio degli ufficio di Briziarelli, poi mi resi conto che in tutti gli incroci del paese era così”.

C’è il sole, quella mattina. Giuseppe Marconi racconterà di aver visto una colonna militare, vari camion della Milizia, un reparto di alpini e di bersaglieri, e soldati del Regio esercito mandati a rappresentare la caserma e testimoniare ai commilitoni della “fine che fanno i disertori”. Una settantina di persone, dimostrazione di forza per incutere terrore.

La voce che gira da subito in paese è che “stavano per fucilare tre persone di Marsciano”. Nel paese regna un silenzio assoluto e una tensione latente. Alla trattoria Tiacci un colpo d’arma da fuoco, partito per errore da un miliziano fascista, colpisce ed uccide un soldato dell’esercito, il cui corpo venne portato via in poco tempo.

L’appuntamento è alla sala del consiglio comunale dove si sarebbe tenuto il processo contro i cinque i ragazzi che arrivano ognuno con i polsi legati ad una catenella, e legati insieme da una catena più grande. A Marsciano si è spostato al completo, da Perugia, il Tribunale Militare di Guerra (ci sono tutti i nomi).

Solo alcuni compaesani riescono ad assistere al processo, non essendoci spazio. La cerimonia inizia alle 10: 30 circa. L’accusa, il tenente colonnello Gavino Masala, (e il suo superiore, il colonnello della Rsi, Michele De Logu) racconta i fatti e il capo d’imputazione: renitenza alla leva.

C’è, in teoria ma anche in pratica, un avvocato difensore, d’ufficio e dal nome altisonante: Ubaldo degli Azzi Vitelleschi. Sono gli unici civili compaesani presenti – Menconi, Marconi, Sbugia – a suggerire al difensore, alla fine, di provare a presentare una domanda di grazia, cosa che effettivamente fa, ma a giochi fatti.

Gli imputati, tutti, rimangono zitti. L’unico a pronunciare una frase, è Giuseppe: “Noe nun sem giti mai nduelle”, non siamo andati da nessuna parte.

A mezzogiorno il tribunale fa sapere che la domanda di grazia è stata respinta. Tutti condannati, ma in maniera diversa: per Nello Casaletti e Roberto Ceci, 24 anni di reclusione. Chi dice – almeno per Casaletti – per non essersi presentati ai rispettivi reparti dopo la scadenza di una licenza per convalescenza di cui avevano usufruito (era di stanza a Rimini). Chi dice fortunati vincitori di una macabra riffa: dovevano esserci tre fucilazioni e, ad estrazione, due salvi. Per i due fratelli Armando e Giuseppe, e il loro cugino Ulisse “la condanna è ad essere passati per le armi”.

Giuseppe Marconi, presente al processo, racconterà della scena, quasi surreale. Forse nessuno, dei ragazzi imputati, ha prontezza di cosa stia succedendo. Anzi. I due “salvati” sembrano quasi contenti perché convinti che il regime non potrà mica durare 24 anni. Anche i tre “condannati”, a sorpresa, sembrano tirare un sospiro di sollievo, pensando di essere stati condannati…a fare il servizio militare. Marconi: “Insieme al dottor Menconi e a Sbugia, cercammo di spiegargli cosa stava accadendo”.

Gualtiero Ceci, parente, raccontò del ruolo giocato dai possidenti agrari della zona, tutti schierati con i fascisti: “Casaletti non venne condannato perché il suo padrone Corneli, era una persona influente. Il padre di Nando Casaletti andò da lui e gli disse: ‘Non toccate mio figlio, sennò io ammazzo voi’”. Si dice che il Tribunale, informalmente, aveva sentito i due padroni: uno disse che potevano decidere ogni punizione tranne che la fucilazione, l’altro che potevano fare ciò che volevano. Ci sono i nomi.

I reclusi vengono trasferiti alla caserma dei carabinieri, ma alle 14, l’intera compagnia si sposta al cimitero di Marsciano. Nel libro ci sono tutti i nomi: altri ranghi, giudici militari, dirigenti della guardia repubblicana, oltre ai 12 volontari del plotone d’esecuzione.

Questi ultimi, ufficialmente, facevano parte del “102° battaglione bis della 102 Legione della Gnr”, conosciuta meglio come “compagnia (o battaglione) della morte”, reparto costituitosi una ventina di giorni prima, comandato dal capitano Giulio Sainas e con base a Perugia, nel convento di Monteripido.

Mitragliatori a terra, davanti al muro del cimitero che guarda verso Civitella (ma secondo un testimone, era a sinistra del cancello d’ingresso principale). Tra i presenti ci sono anche fascisti marscianesi, alcuni molto impazienti e collaborativi, altri più in disparte (nel libro, ci sono i nomi).

La gente di Marsciano, chi può e chi ce la fa, assiste appostata nei pressi di un terrapieno vicino ad un vecchio pozzo, ancora oggi visibile proprio davanti al viale con i cipressi. O lungo via Orvietana.

Arriva il camion con i tre ragazzi che, adesso, hanno capito benissimo. Si impuntano, vengono trascinati, piangono, urlano, chiamano la mamma. Davanti al muro di cinta, si sistemano tre sedie prese da una casa contadina lì vicina e, su ciascuna di esse, vengono legati e bendati gli imputati i tre martiri.

Passa del tempo, in un silenzio innaturale, si aspetta, non si sa cosa. Uno dei presenti dice al comandante: “Basta procediamo, perché è andato anche troppo alla lunga”. Non viene concessa la possibilità di un’assistenza spirituale e religiosa.

“Fuoco”, da lontano, lo grida il tenente Pietro Facioni, di San Terenziano, capo del reparto. I mitragliatori fanno a brandelli i corpi. Uno dei ragazzi, morendo diceva “mamma mia”. Al che Facioni si avvicina e gli dà il colpo di grazia: “Chiamala adesso, la mamma”.

Marconi, d’istinto, salta una rete e fa per andare verso il luogo della strage, viene fermato dal capo del plotone d’esecuzione, il sigaro in bocca, lo ferma: “Dove vai? Vuoi andare a vedere quei cani?” Ancora nell’aria l’odore della polvere da sparo. Il drappello di militari si scosta e alcuni marscianesi – sempre nel racconto di Marconi “io, Rolando Soccolini, Papi, Susta, Angelo Briziarelli” – riesce ad avvicinarsi. Raccoglie da terra il cappello di uno dei tre, dentro ci sono pezzi di cervello.

Uno dei giustiziati, seppur con il cranio sfasciato, si muove, sono gli ultimi rantoli di vita. Qualcuno si muove per cercare un dottore, ma quando arriva il dottore Adolfo Bolli, non può che constatarne la morte.

Il dottor Menconi andò personalmente dall’impresario funebre, Gelsi, chiedendo tre piccole croci di legno con scritto l’ultima parola pronunciata da uno di loro, “mamma”, ma le autorità fasciste dissero che non si poteva. Lo stesso Gelsi aveva ricevuto, quella stessa mattina, la visita di un miliziano che lo aveva invitato ad andare a prendere le misure dei tre ragazzi. A dimostrazione della poca incertezza dell’esito processuale. “Prendo le misure ai morti, non ai vivi”, fu la risposta.

I tre Ceci vengono subito sepolti al cimitero di Marsciano. Pochi giorni dopo, in un telegramma al ministero dell’Interno (30 aprile), Rocchi dà notizia delle ultime esecuzioni – i tre di Marsciano e due a Montefalco – sottolineando il successo dell’operazione: “Numerosi renitenti si sono presentati, 421”. L’effetto intimidatorio, quindi, stava riscuotendo successo. Ma non c’è più tempo.

Marsciano viene liberata dalle truppe inglesi il 17 giugno del 1944, quattro giorni dopo viene nominato sindaco Domenico Briziarelli. Il Cln provinciale decide di aprire subito un’inchiesta per identificare e punire i responsabili dell’eccidio dei fratelli Ceci e di altri. Propone la nomina di una commissione e di un collegio inquirente (un magistrato, un funzionario di polizia di sicurezza, un membro del comitato patrioti). Proposta rigettata dal procuratore del Regno, Vito de Notaristefani, “non essendo prevista dall’ordinamento esistente e che quindi non potrebbe avere nemmeno i mezzi legali necessari”.

Le indagini vengono svolte dai carabinieri, con la collaborazione del Comitato di liberazione di Marsciano e il sottocomitato di Spina. Vengono indagate una cinquantina di persone, per reati diversi, legati alle diverse fasi dell’episodio: arresto, processo e fucilazione.

Alcuni (il capo della provincia Rocchi, i componenti del Tribunale Militare Regionale, i militi della Gnr) sono accusati di “aver commesso fatti diretti a favorire le operazioni militari del nemico collaborando e aiutando il nemico invasore…e di aver partecipato a rastrellamenti e arresti di patrioti italiani e di giovani renitenti alla chiamata alle armi indetta dalla sedicente Repubblica Sociale Italiana”.

Altri, civili e iscritti al Partito fascista, per aver fatto propaganda al fine di far arruolare i giovani, e per aver avuto un ruolo di denuncia dei giovani Ceci, “intimidazione, propaganda e di convincimento a favore della politica nazi fascista, atti tutti volti a menomare la fedeltà dei cittadini italiani verso lo Stato italiano”. Oltre che “correità per aver con la loro opera di spionaggio e di intimidazione, preparato, agevolato e facilitato la cattura e l’esecuzione”. Nel libro, ci sono nomi e cognomi.

Iniziato a Perugia nel febbraio 1945, il processo viene subito trasferito al tribunale militare di Firenze che inizia una nuova istruttoria, allungando inesorabilmente i tempi. Un anno dopo, Giustino Ceci, padre di Ulisse, scrive una lettera al procuratore generale di Firenze: “Noi famigliari dei fucilati siamo costretti a vedere in libertà i responsabili di detto delitto senza che si senta più parlare del processo in parola”.

I primi ad essere scarcerati “per mancanza di indizi” furono i proprietari terrieri Enrico Bambini e Paolo Bertolini, a fine 1945. Nel 1946, furono prosciolti dalle accuse alcuni dei militi della Gnr e alcuni fascisti di Spina, tra cui Bianca Puccetti, Redento Puccetti, Clito Puccetti, Sante Biscarini e Anselmo Mariotti, ed anche Facioni. A loro favore, acclarati fatti e responsabilità, giocò l’amnistia proclamata dal “comunista” Togliatti, “per tutti i reati comuni, militari e politici commessi dopo l’8 settembre 1943”.

Nel 1948 la corte d’assise di Perugia proscioglie nove dei componenti del plotone d’esecuzione (“reato estinto per amnistia e per aver agito in stato di necessità”). Nel 1953 – sempre per amnistia, applicazioni estensive e riduttive di diverse norme, insufficienza di indizi – vengono prosciolti gli ultimi imputati. Tra questi Armando Rocchi: condannato a 30 anni a Bologna, per atti commessi anche in territorio umbro, dopo pochi anni torna in libertà.

Dopo nove anni dall’eccidio, il caso è chiuso. Oppure – eppure – no.