Concorsopoli. La disabilità non può aspettare!

Concorsopoli. La disabilità non può aspettare!

Lo scorso 29 marzo si è svolta la manifestazione dei genitori con i figli disabili, organizzata dagli stessi riunitisi in comitato, per chiedere di sbloccare la difficile situazione che vede più di 40 famiglie costrette a pagare il trasporto da casa al Centro Speranza di Fratta Todina dopo un drastico taglio dei servizi. Come si è evoluta la situazione dopo più di un mese di attesa?

“In quella giornata – ci dicono i genitori – riuscimmo a strappare ai sindaci presenti una risposta positiva alla nostra proposta di andare in Regione per un incontro con la Presidente Catiuscia Marini e l’Assessore alla Sanità Luca Barberini”. Da quel momento, come tutti sanno, la situazione in Regione è precipitata e come sempre accade non sono solo le dinamiche politiche a risentirne, ma i cittadini in prima persona. Il caos generato ha decretato il blocco di tutto ciò che era in programma. “Ora stiamo aspettando – ci fa sapere il portavoce dei genitori – che nuovi soggetti prendano il loro posto in Regione e si assumano le responsabilità che spettano agli amministratori, così da avere un interlocutore legittimato a trattare con le parti coinvolte e a risolvere questo problema del trasporto dei nostri figli”.

Nel precedente articolo avevamo illustrato il significato della compartecipazione dei genitori al trasporto dei loro figli disabili: oltre all’onerosità delle quote di compartecipazione derivanti dall’attestazione Isee ordinaria di ciascuna famiglia, le Istituzioni stanno ora complicando le vite di decine di famiglie e chi ha un figlio con una grave disabilità si ritrova ora ancor più penalizzato, con maggiori i disagi derivanti da una situazione già di per sé difficilissima.

“Noi vogliamo – aggiunge il portavoce – che la quota trasporto, che ora è a carico delle risorse sociali, sia inserita nella retta sanitaria così da essere a titolo gratuito a favore dei genitori, come avviene nelle altre undici zone sociali dell’Umbria. Sono soltanto i disabili della zona sociale 4 a non usufruire più del trasporto totalmente gratuito, che fino al Settembre dello scorso anno era finanziato con i fondi Prina. Inserire il trasporto nelle risorse sociali è solo un escamotage degli addetti ai lavori per diversificare i fondi che hanno a disposizione, senza tener conto delle reali necessità dei cittadini più deboli”.

Il problema principale sembra essere quello della classificazione della struttura riabilitativa dalla quale proviene il disabile: da essa, infatti, deriva di conseguenza la tipologia di trasporto. “Ma il disabile, indipendentemente dalla classificazione della struttura, che sia residenziale o semiresidenziale, che sia diurna o socio-educativa, sempre disabile è! Per logica il trasporto non può essere sociale, ma è e deve essere considerato sanitario, senza ombra di dubbio” affermano i genitori.

“Due anni fa – aggiungono – gli otto comuni della zona sociale 4 proposero un proprio trasporto sociale tramite cooperative. Le stesse, dopo aver compreso le difficoltà alle quali andavano incontro trasportando dei disabili anche molto gravi, desistettero nell’accettare l’incarico per l’insufficiente preparazione del personale, che fino ad allora aveva avuto a che fare solo con studenti delle scuole. I pulmini del Centro Speranza, la struttura riabilitativa nella quale si attuano le terapie, non sono infatti semplici scuolabus, ma al loro interno devono avere persone qualificate, che quotidianamente prelevano e accompagnano a casa i disabili, pronte ad intervenire nel caso di attacchi epilettici. Tutto ciò non potrebbe avvenire in un normale trasporto sociale. Detto ciò ci domandiamo come si possa classificare questo tipo di trasporto come sociale e non sanitario”.

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