Gli autori di Overdose si raccontano #3

Gli autori di Overdose si raccontano #3

Massimiliano “LBNT” Scarelli parla di Music3000, techno e progetti futuri

Quella che segue è l’intervista (sintetizzata e arrangiata per la lettura) fatta a Massimiliano “LBNT” Scarelli. Potete invece trovare la registrazione integrale dell’intervista in calce alla notizia.

Incontro Massimiliano Scarelli e Stefano Livi in un bar. Ci sediamo fuori e la mia unica preoccupazione è divorare l’enorme fagotto che mi sta di fronte. Dopo qualche secondo mi rendo conto che Massimiliano si aspetta che gli faccia qualche domanda.
Dice che purtroppo parla poco e spera le mie domande l’aiutino. Rispondo sputacchiando briciole che non c’è problema e inizio a intervistarlo a bocca piena.

Il tuo nome d’arte, “LBNT” sta per…

“Labirint”. All’inizio era un collettivo di quattro persone, poi ognuno ha preso strade diverse. Il nome è venuto pensando a una produzione a cui si stava lavorando, ma in cui ci si andava a perdere…

Quando hai iniziato a fare musica elettronica?

A quattordici-quindici anni, ne ho trentadue adesso, era diciotto anni fa. Ho fatto da sempre musica elettronica. Il primo software che mi ci ha avvicinato, per quanto possa far ridere, era della Playstation 1, con il gioco Music3000, dove non componevi, ma assemblavi tracce, ma già ti dava l’idea di un beat, di una produzione.

Molti non sanno come si faccia musica elettronica, mentre in uno strumento, come per esempio una chitarra, è più evidente o comunque noto…

Nella musica elettronica è tutto collegato a un software specifico dove hai dei plugin, un archivio infinito di strumenti virtuali in pochi parole, con i quali tu componi. Lo puoi comunque suonare live e l’ho fatto, facendo partire le mie diverse tracce, anche se il deejaying vero e proprio è una cosa diversa.

Quali sono stati i tuoi principali riferimenti all’inizio e come si è innestata Overdose nel tuo percorso?

All’epoca, diciotto anni fa, forse anche influenzato da fratelli e amici più grandi, ascoltavo soltanto house, che andava. Nell’arco della mia esperienza musicale ho conosciuto tanti artisti, di cui ne cito uno, Manuel Malanotte, un mio grande amico. Mi ha fatto entrare ancora più nella musica insegnandomi a scriverla e leggerla.

Poi, nel 2009, ho incontrato Frast che mi chiese la strumentale per la nostra prima canzone, Tutto ritornerà, che ha avuto un certo successo. Da lì c’è stata una scalata, tra nuovi progetti, conoscere altra gente, suonare nei locali anche con artisti più grandi…

Grazie al Frast sono entrato in un circolo che mi ha aperto diverse strade. Grazie a lui e anche a me che ho creduto nel progetto e in me stesso.

Intanto, oltre al rap, continuavo con produzioni techno, deep house…generalmente diverse dal rap.

Ti ritrovi più in un genere in particolare?

Non c’è un genere che preferisco. Se sento di essere in grado di farlo. Ho provato diversi stili e con diversi gruppi in tutti questi anni, perciò ho preso un po’ da tutti e mi sento molto libero.

E senti di avere un tuo stile peculiare?

Cerco, in primis, di cogliere la wave in cui viviamo, e quindi magari cerco di tenere quella linea. Successivamente tento di lasciare il mio marchio, che pare sia riconoscibile e questo mi fa piacere.

Ho avuto anche grandi soddisfazioni.

Con la techno e la deep house ho avuto molte release a livello estero. Delle etichette hanno preso delle mie tracce che poi sono andate in vendita su Beatport, iTunes.

La soddisfazione più grande è stato uscire su StraightUp, una compilation di Los Angeles, dove era uscito il singolo di un mio singolo. Di Yara, si chiamava Deep Conception.

Arriviamo ad Overdose. Com’è stato il suo sviluppo?

Dopo Sognando il mare ci siamo rivisti tutti al bar per parlare e vedere se c’era qualcosa di concreto dietro con la squadra che si era formata. Siamo partiti dalla traccia che doveva uscire, per una cosa un po’ più seria, che potesse parlare di amore e avesse un altro tiro.

Una volta che mi hanno dato questo input, ho iniziato a scrivere qualcosa a livello strumentale e loro hanno iniziato a scrivere su questo. Ma il passaggio da strumentale a testo è stato quasi immediato.

La parte con il sax di Sauro Truffini come è stata aggiunta?

È stata aggiunta dopo. Serviva qualcosa di caldo. Si era pensato a tante persone, poi, tramite contatti, si è arrivati a lui. Filippo è suo amico e glielo abbiamo proposto. Gli è piaciuto il progetto e…tac!

E, a proposito di abbinamenti che funzionano, credo che quello melodico di Filippo con il rap del Frast, che oltre che scrivere grandi testi ha una voce particolare, secondo me funziona.

Oltre al fatto che sulle prossime canzoni potrebbero esserci altre voci.

Avete già nuove idee? Qualcosa bolle in pentola?

Finito mix e master già stavo lavorando alle prossime. Tutto questo movimento è da stimolo e va tutto in automatico.

Di mio continuerò per sempre, mi diverto e mi sento appagato, anche se una cosa non dovesse uscire o non funziona.

Dunque sì, forse qualcosa bolle in pentola, ma ancora non è chiara una cosa…

Lasciamo il mistero. Sogni e aspirazioni per il futuro?

Non sono uno di quelli che vuole il successo. E non perché non sia ambizioso. Cerco sempre di fare qualcosa di più grande. Diventare mainstream mi farebbe piacere, solo che sono molto freddo sotto questo punto di vista. Vorrei cercare però di lasciare qualcosa che verrà ricordato nel tempo.

E spero, inoltre, che dal progetto che è nato tra noi anche altre persone possano avvicinarsi al mondo della musica, che appaga e ti avvicina ai tuoi amici.

Ascolta “Intervista a Massimiliano Scarelli” su Spreaker.