I lavoratori marscianesi #1 – Riscoprirsi barista

I lavoratori marscianesi #1 – Riscoprirsi barista

Dopo l’emergenza Covid il lavoro, se possibile, riscopre un valore ancora più alto. Vogliamo gettare uno sguardo su cosa accade a Marsciano, soprattutto tra i giovani: quelli che si affacciano ora al mondo del lavoro, quelli che hanno cambiato mestiere o quelli che magari lavorano da una vita

Sto raccogliendo interviste a giovani lavoratori perché lascino una testimonianza delle loro esperienze professionali. Io stesso sto scoprendo quanto ognuna di esse sia importante e rappresentativa di una comunità.

Jacopo Calistroni è il primo della serie.

Prima di tutto, Jacopo, quanti anni hai e qual è il tuo lavoro?

Ho 28 anni e ho lavorato per cinque anni e mezzo come barista.

Che scuole hai fatto?

Mi sono diplomato al Liceo Scientifico di Marsciano e poi ho iniziato l’avventura universitaria in informatica. I risultati però erano pochi, come i soldi in tasca, così nel frattempo mi sono cercato un lavoro. È stato il primo che ho trovato e l’ho iniziato a fare di sabato e domenica. Circa dieci giorni prima dicevo ai miei amici che, tra i lavori che non avrei potuto fare per tutta la vita, c’era proprio il barista.

Mi sono ricreduto presto. Piano piano mi sono appassionato e dopo sei-sette mesi sono entrato fisso. Così ho deciso di abbandonare l’università. Ho seguito invece un corso per imparare a fare cocktail e l’ultimo anno uno da sommelier.

Tu cosa sognavi prima?

Mi vedevo come il classico nerd al computer. Poi mi sono reso conto che lavorare al pubblico ha più pro che contro, nonostante, a volte, un certo stress psicologico.

Hai abbandonato il mondo dell’informatica?

Dovendo rimanere in casa ho riscoperto molto il mio interesse per il computer. Ho riformattato ogni sistema operativo che avevo a casa. Ora non escludo che anche questa possa essere una possibilità: anche perché credo che qualunque lavoro possa essere buono, in caso di necessità.

Mi hai detto di esserti recentemente licenziato dal lavoro di barista

Quest’anno, riflettendo sulla mia età, ho creduto necessario fare nuove esperienze, prima che fosse tardi, per confrontarmi con posti di lavoro diversi e crearmi un curriculum più eterogeneo.

È più difficile farsi assumere dopo una certa età, anche per degli sgravi fiscali. Un po’ taglia fuori, soprattutto dove non ti conoscono, se non hai avuto altre esperienze.

Perciò il 29 Febbraio ho dato le dimissioni. Purtroppo subito dopo è iniziata la quarantena. Ovviamente, avendo dato le dimissioni non ho ricevuto né disoccupazione, né contributi di nessun genere, ma l’ho presa con filosofia.

L’età quindi, mi dicevi, è importante

In genere il bar è un posto dove lavori facendo festa, spesso in orari serali, quindi in genere devi essere giovanile (anche se può variare in base al posto e alla clientela). Quindi, come ti dicevo, nella prospettiva di una futura famiglia, ho pensato che fosse meglio provare a trasferirmi ora che sono solo ed è più facile.

Agli inizi immagino che un simile ragionamento sia più difficile da fare, visto che non si ha ancora esperienza del mestiere e non si sa bene ciò che serva

Si, sebbene creda che a un certo punto ci sia bisogno di porsi domande per poter agire preventivamente.

Se ci fosse qui il tuo te stesso di dieci anni fa cosa credi direbbe?

Si stupirebbe che faccia il barista. Questo lavoro mi ha cambiato, prima ero molto più timido. La difficoltà più grande è stata vincere questo aspetto caratteriale, visto che un barista non se lo può permettere. Privatamente sono ancora un po’ timido, ma è un aspetto che ho smussato molto.

Non che finga al lavoro, ma in tutti c’è una maschera professionale, credo, quantomeno perché hai delle responsabilità che non possono essere troppo condizionate dalle tue attitudini o dal tuo umore.

Come la responsabilità di essere sempre calmo, sorridente e disponibile

Si. A volte è difficile, nel senso che a tutti può capitare una brutta giornata, ma per fortuna sono tranquillo di natura.

È un lavoro che consigli?

Decisamente. È entusiasmante.
Di certo ti impegna sia psicologicamente che fisicamente. Dopo un po’ avevo anche qualche dolorino, per esempio alla schiena, visto che si sta sempre in piedi.

Che qualità occorrono?

Saper fare caffè e qualunque altro servizio credo sia il prerequisito, ma non è quello a fare il barista. A me piace il rapporto con la clientela, la confidenza che si instaura: lì si vede se si sta facendo bene il proprio mestiere.

In un certo senso il bar ha un valore sociale

Certo. È un posto dove ritrovarsi con gli amici, ma non solo. Al bancone le persone trovano qualcuno che le ascolta e si rilassano.

Oltretutto è una crescita anche per me, un modo per conoscere gente e scoprire cose nuove. Si parla di tutto, ad esempio ho conosciuto molte canzoni e film grazie ai clienti. E poi, poter far tornare una persona soddisfatta a casa mi fa sentire orgoglioso del mio lavoro.

Cosa speri professionalmente per il tuo futuro?

A volte sono incerto, altre più ottimista. La pandemia ha colpito duramente i bar, ma credo che, se c’è una buona qualità del servizio, andranno bene, perché servono. Certo, prevedo un calo del numero di posti di lavoro, ma staremo a vedere.