Perugia violenta: un anno fa (iniziava) il funerale di una città

Perugia violenta: un anno fa (iniziava) il funerale di una città

Trovarsi 365 giorni dopo un fatto scioccante a domandarsi “cosa è cambiato?”. Vi è mai successo? Fare un resoconto di un anno della propria vita; una valutazione di una carriera; il ricordo di una decisione importante. A volte lo si può fare anche per una città: per Perugia avviene un pò troppo spesso.
Vi ricordate cosa stavate facendo un anno fa? Ora più, ora meno, si tratta di tornare indietro esattamente di 365 giorni…molti di voi non se lo ricorderanno: alcuni di noi difficilmente se lo scorderanno. Molti di voi (come noi) stavano bevendosi una birra, magari chiacchierando del più e del meno. Alcuni dormivano. Certi stavano in casa, alcuni fuori. Di certo molti non stavano a Perugia, perché era un’insignificante, e fresca, notte tra lunedì e martedì. Una birra, due chiacchiere, appunto, e una volante della polizia. Una seconda; una terza…poi abbiamo perso il conto. Saliamo in centro; per curiosità. Gente che borbotta; gente che urla; gente esagitata. L’alcool in centro (quello che “sveglia la città che dorme” come diceva un ex sindaco del capoluogo) fa anche di questi scherzi. Ma tutta quella polizia e quelle bottiglie che volano non sono la normalità, checché se ne voglia dire nelle descrizioni fantasiose e astruse della città.
Quella sera di un anno fa, però, andò in scena il funerale di una città, o almeno dell’idea di un certo tipo di città: quella universitaria e rimbombante di vita; quella di città della musica estiva e delle serate passate a fare la “via crucis” tra un bar e l’altro. Abbiamo vissuto quel “funerale” e l’abbiamo messo in video, ma lo scoop placava solo leggermente lo schifo provato nel vedere un Corso, una Piazza e tutte quelle scale completamente vuote. Perché là è la vita pulsante della città e vuotarle significa vuotare di significato la città stessa. Perugia non è nei locali o nelle università. Perugia è per massima parte la vita fuori dalle mura dei locali e delle università. Vive grazie ad esse ma non in esse. Impedire nei modi (e nei toni) in cui si è fatto in questo anno che la gente possa godere del centro vale a dire essere complici di quel funerale. Non serve chiudere i locali; non serve mettere “spaventapasseri” fissi in centro; non serve di certo far morire l’Università. Bisogna far vivere il centro affinché esso sia vivo – e sgombro da gente poco desiderabile e poco raccomandabile. Perché, citando ancora quel famoso ex sindaco, è quando la città dorme che il degrado si fa più visibile. E quando è l’amministrazione a chiudere gli occhi è peggio ancora. Noi un anno fa assistemmo a immagini veramente brutte, e col senno di poi, scioccanti. Tre spari in centro non danno un bel senso di sicurezza e, ad un anno di distanza, nemmeno il presidio fisso sembra poterla regalare. Quel presidio fisso, invocato e sventolato come un animale mitologico che tutto scruta e tutto cattura, salvo poi scoprire il giorno dopo che i coltelli feriscono ancora 200 metri più in basso. Mettere lo sporco sotto i tappeti non significa pulire…
Un anno fa noi c’eravamo, ci ricordiamo cosa facevamo e cosa accadde. Oggi vorremmo che il centro vivesse e non che fosse sotto assedio. Oggi però quell’assedio, non è portato dalla criminalità, ma è creato dall’idea di sicurezza, dall’idea che ci debba essere ordine e silenzio; pacatezza e niente ore piccole perché poi “la città si sveglia…”. Voi che memoria avete di quei tempi? E sapreste dire oggi se le cose sono cambiate? La città dorme tranquilla la notte? Ma soprattutto è rinata dopo quell’8 maggio di 365 giorni fa?

(Nel nostro sito potrete rivedere le scene di quella sera – puntata 49)