Silvia Romano? “Doveva essere terra per i ceci”

Silvia Romano? “Doveva essere terra per i ceci”

Bentornata Silvia. Ma tieni la testa dentro, che qua fuori è un brutto mondo…

Silvia Romano è stata liberata. Nel giorno della Festa della Mamma ha potuto riabbracciare la sua, di mamma, la sua famiglia e tutti quelli che le vogliono bene. E’ stato pagato un riscatto? Certo. Non dovrebbe essere così, nel senso che la vita di una persona, per di più una persona buona, non dovrebbe avere prezzo. Ma tant’è: i tempi sono questi, purtroppo.

Quello che dovrebbe avere un prezzo, però, è il vomito che da un giorno stanno riversando sul web – e non solo – quelli che “è tornata incinta”, “si è convertita”, “se restava a casa non succedeva nulla”. Meglio sorvolare sulle vette più alte raggiunte dall’odio insensato di queste “persone”, ma se a pronunciarle è una figura istituzionale risulta difficile fare finta di nulla. Non capire che certe parole sono stupide è solo uno dei problemi di fondo; ben più grave è non riuscire a capire (e non solo in questa occasione) che c’è differenza tra il pronunciare volgarità del genere bevendo un caffè al bar, magari da privato cittadino, e vomitarle nel web da amministratore del comune di Marsciano.

Il rispetto verso i cittadini – tutti! – è uno dei capisaldi del buonsenso e dell’intelligenza istituzionale, della quale, probabilmente, non tutti sono muniti. E così tra gli amministratori marscianesi c’è chi ha salutato l’arrivo di Silvia definendola semplicemente “una giovane grande donna, un esempio di altruismo, forza e determinazione”. C’è chi ha scelto saggiamente il silenzio. Ma c’è anche chi ha voluto dare nuovo slancio al detto “un bel tacer non fu mai scritto”.

E così Silvia Romano diventa ben presto “un’oca” utile solo per “essere terra per i ceci”, una volontaria che “sa fare solo bravate” e che, con l’esimio consigliere, “l’avrebbe pagata cara”. Certo lui “avrebbe pagato per lasciarla lì”, “l’avrebbe lasciata a Maometto” o, al limite, l’avrebbe fatta lavorare “vanga a mano pane e acqua” per ripagare il debito. Chi difende la 25enne volontaria dovrebbe, invece, finire “nelle acque nere e basta”. Gli applausi per chi dice “la potevano magnà i cannibali” sono certo il degno finale di questo brillante pensiero.

Difficile capire se l’odio e il rancore provengano più da una mancanza di autostima, da un dubbio o da un’incertezza reconditi legati alla carica istituzionale che si ricopre, dal difficile rapporto con la religione (degli altri) o con la vita umana (degli altri). Lascia perplessi la giustificazione secondo la quale ce la dovremmo prendere con Silvia perché lo Stato ha pagato per liberare chi non ha considerato i rischi di ciò che faceva. Lo stesso principio andrebbe applicato a tutti coloro che pretendono sussidi, ammortizzatori sociali, cure o ogni altro aiuto dallo stato, soprattutto nel momento in cui non pagano le tasse o evadono anche un solo centesimo. Fare pace col cervello (???) potrebbe aiutare. Vi accorgete dei migranti solo quando diventano “mangime per pesci”; invocate gli aiuti a casa loro; i volontari li aiutano a casa loro, ma quando si trovano davanti gli stessi orrori dai quali scappano i “ne*ri”, dovrebbero essere lasciati lì?

Meglio stabilire, infine, le regole del gioco. Bisogna prima di tutto sgombrare il campo dalle facili attenuanti “sono parole estrapolate da un discorso” o “sono stato frainteso/a”. E non si invochi nemmeno la libertà di parola, perché se la volete dovete anche essere consapevoli che le parole hanno un peso.