Un libro a colazione #26

Un libro a colazione #26

Un intenso romanzo familiare che esplora i sentimenti dell’amore e della perdita

Stamattina vi presento un romanzo di grande impatto psicologico dal titolo QUELLO CHE HO AMATO, della scrittrice statunitense Siri Hustvedt.

Il romanzo è scritto in prima persona, la voce narrante è quella di Leo Hertzberg, critico d’arte e professore universitario, che racconta gli ultimi vent’anni della sua vita in un lungo flashback, una storia segnata dal disperdersi delle persone amate e dal perdurare degli affetti, come esprime bene il titolo del romanzo.

Tutto ha inizio quando il critico d’arte s’imbatte nel quadro di Bill Wechsler dal titolo “Autoritratto”, che in maniera del tutto originale ritrae una donna. Sul corpo nudo della figura femminile s’intravede un’ombra che al primo sguardo può essere confusa con quella dell’osservatore e invece è parte del disegno: è l’ombra del pittore. A lato è ritratta una caviglia di donna con mocassino, che imbocca una porta ed esce di scena. Incuriosito e affascinato dalla tela, Leo l’acquista e decide di incontrare l’autore. Tra i due nasce una profonda amicizia accomunata dalla grande passione per l’arte e che andrà oltre il rapporto professionale.

Leo e Bill scelgono di stabilirsi nello stesso condominio newyorkese, lasciando che le loro vite siano separate soltanto da una rampa di scale, i due appartamenti idealmente fusi in un unico spazio, un sodalizio di menti e di anime che si traduce in condivisione di ciò che si possiede e si ama.

Il racconto è dunque la storia di due famiglie: Leo e la moglie Erica, Bill e la moglie Lucille, e i rispettivi bambini, Mark e Matthew, nati a poche settimane di distanza e destinati a perpetuare l’amicizia che lega i rispettivi genitori.

L’atmosfera cameratesca e spensierata si rompe improvvisamente, a seguito di una tragedia e nulla sarà più lo stesso. Il tempo passa e il giovane e ribelle Mark inizia a frequentare Teddy Giles, un ambiguo artista newyorkese che ha fatto della violenza il cardine della sua arte. Qui la narrazione vira di tono e diventa quasi un noir, l’armonia che abbiamo conosciuto nella prima parte del romanzo è soppiantata da crudeltà, ferocia, menzogna, atmosfere trasgressive e ripugnanti che mi hanno ricordato il Chuck Palahniuk di Fight Club.

Il romanzo è molto di più di una vicenda familiare, è un mosaico di temi assemblati in modo fluido e coerente, senza cadute di ritmo. Ci sono i saggi scritti da Leo e le sue lezioni universitarie, le creazioni di Bill in continuo divenire, i suoi progetti artistici descritti nei minimi dettagli; ci sono dissertazioni sul valore intrinseco dell’arte e il valore commerciale delle opere, ci sono gli studi e gli scritti di Violet (personaggio che subentra in un secondo tempo) che trattano l’isteria e disturbi alimentari; c’è la quotidianità dei due bambini, che crescono nella famiglia allargata dove genitori e “zii” si occupano della loro crescita ed educazione.

La sensibilità pittorica e artistica della scrittrice impregna l’intero romanzo, le nozioni sono profuse in quantità senza essere pretenziose e la prosa delicata ed elegante ben si sposa con il mondo dell’arte e l’ambiente di una New York colta e benestante.

Non vi ho ancora detto che Siri Hustvedt è moglie dello scrittore Paul Auster (che vi ho presentato diverse settimane fa con il suo “Sunset Park”) di cui ho letto parecchi romanzi e mi è sembrato di riconoscere i temi a lui cari: il potere terapeutico dei ricordi, l’idea che è pura illusione credere di avere un controllo degli eventi perché l’individuo non ha potere alcuno sulla propria vita né sulla propria felicità, frutto di coincidenze e casualità. Viene quasi da chiedersi chi copia chi (perdonatemi la battuta).

Il romanzo mi ha coinvolto fin dalle prime pagine e nonostante la polifonia di argomenti trattati, a mio parere il fulcro è e rimane l’indagine della sfera emotiva che ruota intorno al tema della perdita, intesa sia come scomparsa fisica, sia come allontanamento forzoso dalle persone amate. La potenza di questa storia risiede nell’accurata analisi della psicologia dei personaggi che annaspano alla ricerca dell’azione giusta da compiere per contrastare l’infausta sorte, e nelle profonde riflessioni intorno alle tante domande che non trovano risposte. E quel dolore muto, che diventa quasi insostenibile, potrà essere mitigato soltanto dal naturale distacco operato dal tempo.

Buona lettura da @fg_bookish_life e alla prossima!

Siri Hustvedt – Quello che ho amato
Titolo originale: What I loved, 2003
Genere: introspezione psicologica
Einaudi Editore (376 p.)