Un libro a colazione #9

Un libro a colazione #9

Cosa succede quando crollano le certezze su cui abbiamo impostato la vita intera?

Questo romanzo vinse il Pulitzer 1998 e, a detta dei critici, è una delle migliori prove di Philip Roth, il grande romanziere statunitense scomparso due anni fa.

La vicenda si apre con il ricordo che Nathan Zuckerman fa della propria adolescenza vissuta in adorazione di Seymour Levov, il più alto, il più bello della scuola, il più corretto, il più bravo in qualunque disciplina sportiva, football, baseball, basket. Sono gli anni Quaranta, e il “ragazzo fenomeno” è noto nella comunità ebraica di Newark come “lo Svedese”.

Cinquant’anni dopo, al raduno di attempati ex allievi, Zuckerman incontra Jerry Levov, suo compagno di classe e fratello minore di Seymour e da lui apprende l’immane tragedia abbattutasi sul mitico campione. Assistiamo sgomenti allo smantellamento del sogno americano, incarnato da Seymour lo Svedese, la cui ferrea rettitudine laico-ebraica, unita alla dedizione al lavoro e al suo amore per la famiglia non bastano a evitare la catastrofe, perché proprio dal suo seme è nata Merry, figlia indegna e sciagurata.

Dai bisnonni sbarcati come emigranti in suolo americano, la famiglia Levov ha fatto grandi passi, dalla durissima vita in conceria è arrivata alla creazione di una fabbrica di guanti diventata colosso imprenditoriale. E Merry, frutto della quarta generazione, manderà tutto alla malora.

Il romanzo è un grande affresco sulla famiglia e Roth è un maestro nella caratterizzazione dei personaggi e nelle vicende che li rappresentano. Seguiamo i Levov uno ad uno, il vecchio Lou despota con gli operai ed ebreo fino al midollo, Jerry frustrato dai successi del fratello, Seymour che inanella una vittoria dopo l’altra, la bellissima moglie Down che cerca di scrollarsi di dosso il titolo di reginetta di bellezza allevando vacche, la piccola Merry dotatissima seppure balbuziente che sceglierà la strada della perdizione.

A partire dal tema principale e cioè l’angoscia del protagonista risucchiato in una spirale di follia, Roth semina pretesti per parlare del valore della famiglia, la dedizione al lavoro, il contrasto tra vecchio ordine e nuovo disordine, le contestazioni giovanili, il perbenismo, l’ipocrisia, i triti rituali borghesi, la violenza, la religione, il comunismo, la guerra del Vietnam e infine lo sport, tema ricorrente in ogni grande romanzo americano. Tante le chiavi di lettura per questa opera complessa che dispensa lezioni per ogni categoria: anziani, giovani, genitori, figli, mogli e mariti.

Credo valga la pena di soffermarsi anche sulla particolarità del romanzo in termini di impostazione. Primo punto: l’intera vicenda è svelata nel primo capitolo, quindi dopo poche pagine si ha già tra le mani la soluzione. Eppure le quattrocento pagine che seguono riescono ad appassionarci in maniera incredibile. Ci vuole uno scrittore del calibro di Roth per poter gestire un intero romanzo in flashback e continue digressioni, senza apparente finale.

Secondo punto: la complessa struttura è basata su un meccanismo letterario di scomposizione a scatole cinesi, con ampie digressioni e con una trama che si disfa e si ricompone di continuo, sistema che non sempre trova il gradimento del lettore.

Terzo punto: quando si entra nel resoconto dei fatti inerenti Merry e la vita dello Svedese, si ha un dubbio atroce: la narrazione è frutto della fantasia di Zuckerman o è la storia vera? Un brillante espediente per tenere vivo l’interesse del lettore fino all’ultima riga.

Ho amato molto questo romanzo, aspro, intenso e a tratti sgradevole, che mostra cosa succede quando crollano le certezze su cui abbiamo impostato la vita intera. Una storia toccante che approcciata dal punto di vista di genitore, difficilmente lascerà indifferenti.

Buona lettura da @fg_bookish_life e alla prossima!

Philip Roth – Pastorale Americana (425 p.)
Einaudi Editore 1997